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VERDE DI IRIS Il verde ricavato dal succo dei fiori di Iris (Iris Germanica, Iris Fiorentina) si usava un tempo abbastanza frequentemente nelle pitture ad acquarello e nella miniatura per il suo bel tono puro. Heraclius lo consigliava per ombreggiare il verde rame e lo chiamava «suecus gladioli». Era largamente usato nei secoli XIV e XV, particolarmente per la decorazione di manoscritti. Il bel colore verde veniva reso migliore mescolandolo con allume. Ricetta – “Prendi di questi fiori freschi, di primavera, quando fioriscono; pestali in un mortaio di marmo o di rame, e spremine con una pezza il succo dentro una scodella invetriata, immergendo nel detto succo altre pezze pulite di lino, bagnate una o due volte in acqua di allume di rocca e poi disseccate. Quando le pezze siffatte saranno bene imbevute del detto succo di gigli, lasciale seccare all’ombra e riponile tra i fogli dei libri, poiché da questo succo conservato in tal modo si fa col giallolino un verde bellissimo ed eccellente a fissarsi sulla carta. E osserva che se le pezze, seccate che siano, si immergeranno nuovamente nel detto succo e si faranno riasciugare, saranno di tanto migliori” (raccolta in “De arte illuminandi”, a cura di F. Brunello).
GIALLO DI CURCUMA In Oriente, fin dai tempi molto antichi, si estraeva da questa pianta una materia colorata gialla per tingere le fibre tessili e pare che anche i romani ne facessero uso nell’età imperiale chiamandola “Terra merita” poiché arrivava dall’Oriente sotto forma di polvere simile a un’ocra. Secondo un commentatore di Marco Polo il viaggiatore veneziano si sarebbe riferito a questa materia per tingere in giallo, dove narra del reame di Fugui (cap. CXXXIV). La parte di pianta utilizzata è soprattutto il rizoma principale contenente il principio colorante oggi denominato curcumina. Questa sostanza non fu molto adoperata in pittura per la sua scarsa persistenza; ma certamente fu oggetto di commercio nel Trecento, ed è ricordata nel trattato “De Arte Illuminandi” tra i gialli usati nella miniatura. Ricetta – “Prendi delle radici di curcuma, tagliale bene e sottilmente col coltello, del peso di un’oncia, e ponile entro una mezza pinta d’acqua comune, introducendo nel vaso di terra invetriata, resistente al fuoco, una dramma di allume di rocca; lascia che si ammollisca per un giorno e per una notte, e quando sarà ben giallo, mettici dentro una oncia di cerussa di piombo ben tritato, e mescola col bastoncello e lascia qualche tempo al fuoco, sempre rimenando col bastone affinché spumeggiando non trabocchi. In seguito cola per un pannolino entro un vaso di terracotta non invetriato, lascia rassodare, togline l’acqua cautamente e riponi a parte per il tuo lavoro” (raccolta in “De arte illuminandi”).
NERO DI VITE E il più importante dei neri antichi, usato fin dalla preistoria e descritto dettagliatamente dagli autori classici. Si preparava bruciando in appositi forni legni di vite, resine di conifere o legni resinosi e raccogliendo poi la fuliggine. Molto simile a questo era il nero fumo ottenuto bruciando materie grasse, specialmente olio di lino, e raccogliendo la materia carboniosa condensatasi sul fondo di un recipiente pieno di acqua fredda che agiva da refrigerante. Nel “De Arte Illuminandi” si consigliava di prepararlo anche bruciando candele di cera vergine.
AZZURRO DI GUADO Guado è il nome volgare dato, anche attualmente, alla pianta erbacea perenne delle crocifere denominata scientificamente Isatis tincotoria. Questa pianta, comune in tutta Europa, costituì fin dalla preistoria la più importante fonte di materia colorante azzurra e fu intensamente coltivata dal Medio Evo fino al XVII secolo in molti paesi europei. In Italia era coltivata specialmente presso Nocera, nella zona intorno a Gualdo che appunto dal guado prese il nome. Le foglie dell’Isatis contengono lo stesso principio colorante dell’indaco, cioè l’indacano. Questo principio colorante si estraeva facendo macerare le piante in acqua e aggiungendo poi all’estratto acquoso del latte di calce o altri alcali. Per ossidazione dell’aria si formava il pigmento blu in tutto simile all’indaco indiano; pertanto questo pigmento fu detto anche esso indaco (però il vero indaco si qualificava “indaco baccadeo” o “bagadeo”, cioè di Bagdad).
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